La vicenda Brexit ha una precisa data di inizio: il 23 giugno 2016, quando il 51,9% dei cittadini ha votato a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea del Paese.

Dal referendum all’uscita dall’Unione Europea

Subito dopo il referendum è partito quel processo di contrattazione che porterà il Regno Unito (composto da Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord, ndr) a uscire formalmente dall’Unione Europea il 29 marzo 2019 alle ore 23, anche se, vista la portata dell’evento e le sue ripercussioni economiche e sociali, ci sarà un periodo di transizione che lascerà tutto invariato sino al 31 dicembre 2020.

Brexit: quale accordo

Il Parlamento di Westminster il 15 gennaio 2019 ha rifiutato a stragrande maggioranza l’accordo che era stato raggiunto faticosamente dal Governo May con l’Unione Europea. Un accordo che dopo 18 mesi di trattative vien considerato come l’unico possibile da parte dei leader degli Stati europei, non solo perché Bruxelles non intende cedere su alcuni punti, ma anche perché mancherebbe di fatto il tempo per nuovi accordi.

Cosa succede senza accordo

La situazione inglese in riferimento alla Brexit è pertanto preoccupante perché non esiste un vero piano B: non esiste cioè una maggioranza né perché il Regno Unito possa restare nell’Ue né per uscirne. E nemmeno un secondo referendum è pensabile, perché finirebbe per rinfocolare i contrasti e renderli irreversibili.

Secondo gli analisti quindi, il mancato accordo avrà come esito più probabile l’uscita del Regno Unito in maniera disordinata, senza un accordo oppure con un accordo al ribasso, che non tutelerà l’accesso del Regno Unito al libero scambio con gli altri Paesi europei.

Se questo scenario, chiamato appunto hard Brexit, dovesse effettivamente accadere, causerebbe gravi conseguenze, soprattutto per il settore finanziario, data la rilevanza della piazza di Londra per il settore a livello europeo. Uno dei rischi peggiori è proprio che la cosiddetta hard Brexit inneschi una lunga serie di trattative bilaterali con i singoli Governi europei, al fine di salvaguardare le prestazioni dei servizi finanziari.

Quali saranno le prossime mosse del primo ministro britannico Theresa May? Riuscirà a trovare un compromesso all’interno del suo stesso partito e tra le forze politiche parlamentari, oppure sceglierà la strada delle dimissioni? E poi, quali saranno invece le mosse di Bruxelles?

“La vita è troppo breve per diventare un esperto dell’Unione Europea. Per questo servono i politici” ha affermato Simon Kuper dalle pagine del Financial Times il 10 gennaio 2019. Davanti a questo scenario la classe dirigente britannica è chiamata a una grande responsabilità, perché non si può lasciare la Brexit sola a se stessa. Il tempo rimasto è troppo breve per fare i giuristi e gli economisti. Ci vuole una classe dirigente che si prenda seriamente le proprie responsabilità perché quello che viene deciso ha risvolti in tutta Europa non solo nel Regno Unito.

E poi c’è l’Unione Europea che comincia non proprio bene l’anno nuovo. L’anno delle elezioni europee. L’anno che metterà seriamente in discussione su cosa si basa il progetto europeo, cosa i cittadini europei si aspettano veramente dalle istituzioni europee. E per questo non ci vogliono analisti, giuristi o economisti ma veri politici.

Brexit, cosa cambia per l’Italia

Quali sono i rischi per l’Italia? Se la paragoniamo ad altri grandi Paesi dell’Unione Europea, l’Italia dovrebbe essere meno esposta al rischio hard Brexit, ma non è propriamente così. Sul totale delle esportazioni del nostro Paese,  poco più del 5% è verso il Regno Unito, ma l’Italia possiede anche il terzo maggiore surplus commerciale in Europa rispetto a Londra, pari a 12 miliardi di euro l’anno, che riguarda i maggiori settori del made in Italy, ovvero la meccanica strumentale, il tessile, il chimico e l’agroalimentare.

Dal punto di vista degli investimenti, quella italiana è una delle meno “internazionalizzate” delle economie sviluppate, questo la renderebbe in parte immune dal rischio “hard brexit”. Il nostro Paese conta una quota di investimenti diretti esteri equivalente al 19% del PIL riferito al 2016 rispetto alla media Ue che supera il 45%. Anche in questo caso però bisogna tenere d’occhio gli investimenti britannici localizzati nel Nord Italia, e in Lombardia in particolare, che potrebbero subire un effetto consistente a livello locale.

Un altro rischio riguarda lo spread, quello tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi è già molto alto e lo spread italiano ha già avuto dei rialzi durante le crisi collegate alla Brexit. Questo dimostra come ogni elemento di instabilità nell’Unione Europea si ripercuote anche in Italia e le cause sono da ricercare nell’elevato debito pubblico e dipendenza dai mercati finanziari.

(Fonte: Politico.eu; Ispi)