Secondo uno studio NASA gli incendi stanno devastando le foreste che ricoprono larghe fette del pianeta, impattando inevitabilmente sul riscaldamento globale. Il fuoco colpisce dalle regioni artiche all’Amazzonia, dal Sud est-asiatico alla Siberia – nuvola di fumo più grande d’Europa – fino all’Africa che per numero di incendi è da considerarsi il “continente di fuoco”.

L’Africa, il continente di fuoco

Le nuvole di fumo non colpiscono solo l’Amazzonia, sono diverse le parti nel mondo invase assiduamente da incendi e roghi che destabilizzano l’ambiente circostante.
I dati di Weather Source per Bloomberg.com hanno registrato 6.902 incendi in Angola nelle ultime 48 ore, rispetto a 3.395 nella Repubblica Democratica del Congo e al terzo posto con 2.127 incendi il Brasile. Al quarto posto un altro paese del continente africano, lo Zambia, non un fenomeno insolito per l’Africa centrale. Secondo la NASA nel giugno dello scorso anno sono stati segnalati oltre 67.000 incendi per questo motivo gli scienziati definiscono l’Africa come il “vero continente del fuoco”. La media giornaliera in agosto rivela un numero di 10 mila fuochi attivi in tutto il mondo, di cui il 70% solo nel “continente nero”. Se in inverno un gran numero di incendi divampano nel nord, in estate c’è un progressivo spostamento verso il sud.

Perché tanti incendi?

Gli incendi sono all’ordine del giorno in Africa in questo periodo dell’anno e possono essere di natura naturale oppure causati dall’uomo. La pratica agricola “slash and burn”  viene impiegata frequentemente  in questa parte del mondo e vede gli agricoltori appiccare il fuoco per liberare terreni e avviarli alla coltivazione. Questo tipo di “pulizia” dei campi viene considerato uno strumento  efficace, economico e poco sofisticato. Lo strato risultante di cenere generato dalla pratica di taglio e bruciatura fornisce alla terra appena ripulita uno strato ricco di nutrienti per aiutare a fertilizzare le colture. Ciò non significa che ogni incendio sia controllato o contenuto. Spesso gli incendi destinati a rinnovare i campi possono crescere senza controllo mentre i venti o le tempeste spostano il fuoco fuori dall’area da eliminare. Mentre il fuoco aiuta a migliorare le colture e le erbe per il pascolo, gli incendi producono anche fumo che degrada la qualità dell’aria. 

Il problema degli incendi, un problema per l’aria

L’Agenzia spaziale europea (ESA) si è espressa sugli incendi nel continente africano mettendo in luce che gli incendi contribuiscono per il 25–35% delle emissioni totali annue di gas a effetto serra nell’atmosfera. Il lavoro dell’ESA si è concentrato soprattutto sull’Africa sub-sahariana poiché la regione rappresenta circa il 70% dell’area bruciata in tutto il mondo secondo i database satellitari globali, rendendola il banco di prova ideale per valutare e comprendere gli impatti globali del fuoco. Questo vuol dire che il 70% degli incendi del pianeta si trova in Africa (con migliaia di focolai attivi in Tanzania, Congo, Angola, Madagascar) e rappresenta circa 5 volte la situazione registrata  in Amazzonia.

Il monitoraggio ambientale

I satelliti svolgono un ruolo chiave nella mappatura del paesaggio sfregiato dal fuoco. Grazie alla capacità dei due satelliti del progetto Copernicus Sentinel-2 capaci di ingrandire il nostro pianeta, i ricercatori hanno scoperto che ci sono più aree colpite dal fuoco di quanto si pensasse in precedenza. Hanno scoperto che nel 2016 erano stati bruciati 4,9 milioni di chilometri quadrati di terra, che è l’80% in più rispetto a quanto riportato dalle informazioni fornite dai sensori satellitari a risoluzione più grossolana. Si stima attualmente che gli incendi contribuiscano per il 25–35% delle emissioni totali annue di gas a effetto serra nell’atmosfera. Pertanto la terra disturbata dal fuoco è da considerarsi una “variabile climatica essenziale”. Per gli scienziati  è diventato ormai essenziale includere questi dati nei modelli climatici esistenti, dato il loro effetto sull’emissioni di gas serra.

(Fonti: Bloomberg.com e Nasa.gov)