Africa ed Europa hanno un legame storico e sempre attuale. Ci sono varie ragioni che portano ad affermare che se l’Occidente e in particolare l’Europa non decide seriamente di occuparsi dell’Africa, sarà quest’ultima a occuparsi di noi.

  • Situazione geografica: basta guardare una cartina e si nota come l’Europa, l’Italia e il Mediterraneo sono nella parte alta, come una corona collocata sulla testa dell’Africa, e dove – rispetto a quella centralità – abbiamo imparato a definire cosa sia Occidente e cosa sia Oriente. La posizione nostra rispetto a quella del continente africano ha da sempre dimostrato come il destino geografico dell’Africa è legato a quello dell’Europa. Il continente africano ha una superficie equivalente all’intera Europa, all’intera America Latina con un avanzo residuo di 3 milioni di chilometri quadrati, 10 volte l’Italia; inoltre l’Africa confina con immense distese di acqua a sud, a ovest, a est ed è connessa a nord con l’Europa da un mare chiuso (il Mediterraneo appunto). Insomma, la grandezza dell’Africa insieme alla vicinanza sono due aspetti da non sottovalutare per le politiche geostrategiche.

 

  • Questione demografica: secondo le proiezioni elaborate dalle Nazioni Unite, l’Africa toccherà nel 2050 con la propria popolazione la soglia dei 2 miliardi di abitanti, e non si fermerà. Nel 1950, la nostra Europa aveva una popolazione doppia dell’Africa; nei primi anni 2000 le due demografie si sono affiancate; fra poco più di 30 anni, saremo un terzo di quel continente. Non tutti partecipano allo stesso modo a questa crescita: i Paesi della sponda sud del Mediterraneo hanno stabilizzato la loro crescita, quasi allineandosi alle tendenze europee, con la sola rilevante eccezione dell’Egitto. Nell’Africa subsahariana, invece, Etiopia, Congo ma soprattutto Nigeria continueranno a correre. Con tutta la difficoltà di estendere le proiezioni fino al 2100, le Nazioni Unite dicono che la Nigeria diventerà la terza “potenza demografica” del pianeta dopo India e Cina, con quasi 700 milioni di abitanti. Su 530 milioni di cittadini dell’Ue, 75 milioni sono giovani che hanno meno di 25 anni; in Egitto ci sono 90 milioni di persone e 70 milioni sono sotto i 25 anni, in Africa nel complesso meno 18 anni è l’età media della popolazione.

Geografia e demografia ci dicono una sola cosa: l’Africa rappresenta il futuro del nostro pianeta. L’Africa vive da decenni un incredibile paradosso: partecipa da comparsa alla grande torta della ricchezza e del commercio globale, un piccolissimo 2% che potremmo generosamente portare al 3% calcolando l’economia informale, ma dispone di immense quantità di tutte le materie prime, sia quelle tradizionali che quelle necessarie nell’era del silicio e delle terre rare. In Africa, oltre l’80% della popolazione subsahariana non ha accesso all’energia o non l’ha in forma stabile; eppure il continente ha incredibili riserve già accertate di gas e petrolio, e una geografia perfetta per tutte le forme di energia rinnovabile (solare, eolica, geotermica).

In questo contesto, la stessa Unione Europea non può esimersi dall’investire ma non può sottrarsi al dovere di farlo promuovendo – non solo attraverso la propria cooperazione internazionale ma anche attraverso le imprese – degli standard compatibili con la propria visione globale, con lo scopo di contrastare le cause profonde alla radice delle numerose sfide: i conflitti, una governance debole, il non rispetto dello stato di diritto, le violazioni dei diritti umani, la corruzione, l’impunità, l’ineguaglianza, la disoccupazione, la povertà e i sentimenti di esclusione sociale. E con la consapevolezza che il Mediterraneo debba tornare a essere il ponte di crescita e sviluppo che è sempre stato, e non la fossa comune che è oggi.

Ritenere che l’implementazione effettiva di una strategia consapevole e di lungo termine sia esclusivamente nell’interesse dei nostri partner africani è semplicemente miope: le dinamiche interrelate tra i due continenti dimostrano ampiamente che lo sviluppo dell’Africa è la cartina tornasole delle ambizioni geopolitiche dell’Unione Europea.

Unione Europea e Unione Africana a confronto

Oggi in realtà Unione Africana e Unione Europea vivono una profonda crisi di identità. La prima è paralizzata da problemi di enormi proporzioni, la seconda è giunta a un bivio che può condurla a una rinnovata articolazione o, addirittura, al rischio di dissoluzione. Il tutto, in un contesto radicalmente trasformato, dove l’influenza sui dossier africani della Cina, dei Paesi del Golfo e della stessa Turchia è cresciuta enormemente. Mentre, allo stesso tempo, la nuova presidenza Trump pone inediti interrogativi sul ruolo degli Stati Uniti. Sembrerebbe, questo, un segno del destino che accomuna, di fatto, il futuro dei due continenti.

L’Unione Africana, per parte sua, sta tentando di fare i conti con le sue criticità e con quelle dei Paesi che la compongono. Focalizzandosi sulle priorità continentali – stabilità, processi democratici, integrazione dei mercati – con l’obiettivo di ridisegnare le strutture dell’istituzione in maniera conseguente, e cercando di individuare gli strumenti e l’approccio migliori per contrastare i mali storici, costituiti da processi elettorali fraudolenti, leader che non vogliono lasciare il potere al termine dei loro mandati, corruzione, governi autoritari e repressivi, crescita esponenziale della popolazione accompagnata da disoccupazione endemica.

Per affrontare queste sfide – e nella consapevolezza del calo di risorse proveniente dai donatori tradizionali – l’Unione Africana sta cercando non solo di rimodellare le sue strutture ma anche di dotarsi di meccanismi nuovi di autofinanziamento. Come, ad esempio, la decisione di ottenere, da ciascun Paese, un contributo dello 0,2 per cento sulle importazioni.

L’Unione Europea dovrebbe cercare di corrispondere, da parte sua, a questo sforzo di rinnovamento. Con la consapevolezza che proprio la minaccia del terrorismo e le crisi migratorie – il 28 per cento dei rifugiati mondiali sta in Africa – costituiscono il terreno comune di una cooperazione vitale per entrambi. Purché da entrambe le parti si comprenda che il terrorismo non si sconfigge se non si risolvono anche le cause profonde che ne favoriscono la sopravvivenza e, allo stesso modo, ci si renda conto che non ci sono soluzioni definitive, a breve termine, per regolare i flussi migratori.

I problemi attuali di Africa ed Europa

Per molti anni l’Unione non ha guardato all’Africa con l’attenzione dovuta. Spesso ci siamo voltati dall’altra parte, incuranti delle emergenze umanitarie, climatiche, di sicurezza, stabilità, che affliggono il continente. Senza maturare una reale consapevolezza del nostro primario interesse strategico per l’Africa. L’Europa si è mossa in ordine sparso, con una pluralità di voci dissonanti, perseguendo interessi e agende diverse. La conseguenza è stata un percorso lastricato di buone intenzioni, ma con molte opportunità mancate e scarsi risultati. La globalizzazione e i flussi migratori hanno dimostrato che alzare muri o barriere non è la soluzione.

I problemi dell’Africa sono anche i problemi dell’Europa. È tempo di un nuovo inizio, prima che sia troppo tardi. I nostri legami vanno oltre la prossimità geografica. Condividiamo interessi e sfide comuni. L’esplosione demografica africana può essere un problema, ma anche un’opportunità. Desertificazione, carestie, pandemie, terrorismo, disoccupazione, malgoverno, alimentano l’instabilità e contribuiscono a un’immigrazione fuori controllo, quindi le nuove generazioni si sposteranno verso l’Europa, in cerca di speranza e futuro.

È urgente dar loro prospettive per restare e contribuire a risollevare la loro terra. Davanti a questo scenario gli europei chiedono da parte loro un’Unione più forte, capace di gestire flussi migratori e garantire sicurezza; delle politiche europee più mirate a rafforzare il controllo sulle frontiere, a gestire meglio le richieste di asilo, i respingimenti e i rimpatri. L’Unione deve investire risorse analoghe a quelle utilizzate per la rotta dei Balcani per chiudere i corridoi del Mediterraneo centrale, promuovere stabilità e lotta al terrorismo. Questi fondi vanno spesi in Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Niger, Ciad, Mali.