La Brexit non ha portato bene né a David Cameron né a Theresa May. La coinquilina di Downing Street ha rassegnato le dimissioni da leader del Partito Conservatore e rimarrà in carica come capo del Governo solo per il disbrigo degli affari correnti. A prescinderà da chi sarà il prossimo premier inglese, da qui ai prossimi mesi i nodi della controversa questione Brexit si ripresenteranno puntualmente sia all’interno dei confini britannici che sul piano delle relazioni tra Londra e Bruxelles.

Il cambio di assetto politico emerso dal recente voto delle scorse elezioni europee si annuncia troppo lieve per pensare che possa essere messa in dubbio l’indisponibilità dell’Unione a modificare il Withdrawal agreement siglato da Jean-Claude Juncker e Theresa May nell’autunno 2018, e allo stesso modo a Westminster continuano a non emergere maggioranze che mirino per la separazione dall’Ue.

Theresa May lascia quindi una situazione politica ancora incerta e conflittuale. Rispetto a 3 anni fa la spaccatura tra Leavers e Remainers è aumentata esponenzialmente, tanto che in entrambi i campi a farla da padroni sono coloro i quali rifiutano ogni forma di compromesso, propugnando rispettivamente l’uscita senza accordo della Gran Bretagna dall’Ue e lo svolgimento di un secondo voto popolare per ripristinare la situazione prima del voto del 2016.
Questa radicalizzazione è dovuta da qualche errore della May – quando parlava di “no deal is better than a bad deal” – ma è continuata ad emergere con tutta la sua forza grazie ai risultati delle elezioni europee, che hanno visto il trionfo del neonato Brexit Party di Nigel Farage (31,6% dei voti) e un’ottima affermazione di forze europeiste doc come Liberaldemocratici e Verdi (20,3% e 12,1% dei consensi). Il tutto a scapito di laburisti e conservatori, con i primi relegati al terzo posto e i secondi crollati al di sotto del 10%.

Il procedimento per la selezione nel Partito Conservatore del nuovo premier dovrebbe concludersi entro la fine di luglio, e al momento tra i parlamentari che hanno avanzato la propria candidatura il favorito è Boris Johnson, ex sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri noto per le sue posizioni radicalmente euroscettiche e per i suoi eccessi caratteriali, sebbene non vadano sottovalutati altri componenti dell’Esecutivo May come Jeremy Hunt, Sajid David e Michael Gove.

Al momento l’opzione in carica è quella di un no deal il prossimo 31 ottobre, scenario che acquisirebbe maggiore forza qualora divenisse primo ministro proprio Boris Johnson.
Infine, rimangono sullo sfondo le incognite in merito al futuro del Regno Unito e i rapporti riguardanti l’Irlanda del Nord e la Scozia, come anche le incertezze in merito all’adeguatezza del sistema di common law britannico per fare fronte al grande sforzo normativo che una ridefinizione dei rapporti con Bruxelles comunque richiederebbe. Allo stato attuale, invece, appare meno concreta l’ipotesi di nuove elezioni generali a settembre, alle quali laburisti e conservatori si presenterebbero in chiara difficoltà per la continua ascesa dei concorrenti più radicali sulla questione europea.

Pertanto la persona che prenderà il posto della May avrà come massima priorità quella di evitare da qui a cinque mesi una rottura traumatica che causerebbe serie ripercussioni su entrambe le sponde della Manica.