Dopo oltre 300 ore di negoziati, tutti e 197 i paesi hanno firmato il Patto per il clima di Glasgow, confermando l’impegno a eliminare gli investimenti ai combustibili fossili. 

Il summit è stata un’occasione di confronto fondamentale dopo l’Accordo di Parigi del 2015 e si è svolto nel momento in cui l’impatto crudele e doloroso del riscaldamento globale è più evidente che mai. Disastri che hanno sottolineato l’importanza di intraprendere azioni drastiche e immediate per risolvere il problema di fondo e aiutare le persone ad adattarsi ai cambiamenti attualmente già in atto.

Alla fine le delegazioni sono riuscite a completare il “Paris rulebook”, il libro delle regole che l’Accordo sul cambiamento climatico di Parigi aveva messo in piedi. Nel testo si segnalano alcuni passaggi importanti tra cui l’inserimento di una riduzione del 45% delle emissioni di CO2 entro il 2030 (rispetto al 2010), uno step che potrebbe aiutare nel mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C (limite invalicabile consigliato dalla comunità scientifica per evitare i più gravi disastri imposti dalla crisi climatica e che dovrebbe agevolare l’azione di adattamento).

A Glasgow si è stabilito inoltre che, a partire dal 2025, i Paesi avranno impegni comuni di riduzione delle emissioni su un periodo di 10 anni (che comunicheranno ogni cinque), in modo da essere anche confrontabili tra loro. Dato che però non tutti erano d’accordo, sarà possibile presentare i propri impegni anche dal 2030. Inoltre, gli Stati che fino a ora non hanno aggiornato i propri Ndcs (impegni volontari di riduzione delle emissioni) dovranno farlo entro la Cop 27 (Egitto).

Il ruolo dell’Unione Europea

Nel mese di ottobre, l’Unione Europea ha emesso 12 miliardi di euro nell’ambito del suo primo green bond, l’obbligazione comunitaria pensata per raccogliere liquidità dal mercato da investire su progetti green e più in generale finanziare gli 800 miliardi di euro di investimenti previsti dal Next Generation Eu. L’Europa, si legge nel report, raccoglierà fino al 30% di tale ammontare (250 miliardi di euro) “attraverso l’emissione di green bond sino al 2026, affermandosi così come primo emittente al mondo in questo segmento”.

È importante ricordare come l’Unione europea si sia presentata alle Cop con una posizione comune e non con obiettivi di singoli Stati membri. La riduzione dei gas serra del 55% all’orizzonte 2030 è infatti un obiettivo comune e condiviso e uno degli elementi cardine del Green Deal europeo. Il 14 luglio 2021 la Commissione europea aveva adottato il pacchetto “Fit for 55”; la sfida per l’Unione europea consisterà nell’approvare velocemente le proposte legislative del pacchetto “Fit for 55” in modo che esse diventino esecutive negli Stati membri. Tuttavia, l’Ue rappresenta circa l’8% delle emissioni globali. Con la riduzione del 55% prevista per il 2030, questo contributo inciderà in maniera minore sul quadro globale rispetto ad altre potenze.

L’Ue dovrà affiancare le politiche interne alle politiche climatiche di cooperazione con i Paesi terzi per potenziare la sua azione per il clima. Senza iniziative che coinvolgano i governi degli altri otto miliardi di abitanti del pianeta, l’impegno europeo diventerebbe un ambientalismo di facciata. L’Ue sarebbe la prima della classe, ma ciò non condurrebbe necessariamente il mondo sulla via della decarbonizzazione.

È da tenere presente, inoltre, che le ricette europee per la transizione energetica e la decarbonizzazione non possono essere replicate nei Paesi in via di sviluppo, ma sono necessarie soluzioni à la carte che tengano conto delle specificità locali o regionali.

Accordo tra Cina e Usa 

Entrambe le Parti (parliamo dei due Paesi che emettono più gas serra al mondo) riconoscono che c’è un divario tra fatti e parole per tenere sotto controllo il riscaldamento globale.

Cina e Usa intendono cooperare nei prossimi mesi attraverso l’istituzione di un tavolo congiunto per il rispetto dell’Accordo di Parigi. Nel documento si legge che i due Paesi coopereranno per “massimizzare i benefici sociali della transizione verso l’energia pulita”, su “politiche per incoraggiare la decarbonizzazione”, su “aree chiave legate all’economia circolare”, per implementare nuove tecnologie di stoccaggio della CO2. Inoltre le due Nazioni puntano a mitigare gli effetti sul riscaldamento globale da parte delle fuoriuscite di metano.

L’India paladina del carbone alla Cop26                     

                                                       

Il carbone è il combustibile che alimenta circa il 70% della generazione di energia elettrica in India. Ma è anche di gran lunga il più inquinante e quindi, di fronte all’emergenza smog, anche Delhi è stata costretta a intervenire, soprattutto dopo che la Corte Suprema ha intimato di varare subito misure restrittive. Negli ultimi giorni l’indice della qualità dell’aria nella capitale è arrivato intorno a 400, un livello considerato pericoloso per la salute, tanto che gli ospedali hanno registrato un forte aumento di ricoveri per malattie respiratorie.

La regione di Delhi è notoriamente molto inquinata per gran parte dell’anno. L’aria diventa particolarmente tossica nei mesi invernali, perché gli agricoltori degli stati vicini bruciano le stoppie dei raccolti prima della nuova stagione di semina. E i fuochi d’artificio durante la festa di Diwali, che avviene nello stesso periodo, non fanno che peggiorare la qualità dell’aria. Inoltre la scarsità di vento intrappola gli inquinanti nella bassa atmosfera peggiorando ulteriormente la situazione.

Boga – Fine dell’era dei combustili fossili

La costituzione della Beyond oil and gas alliance è stata uno dei più significativi annunci che sono arrivati da Glasgow. La coalizione intende elevare l’ambizione per procedere all’eliminazione di petrolio e gas dal mix energetico dei Paesi. L’iniziativa, presieduta da Danimarca e Costa Rica, è stata sottoscritta al momento solo da 11 Parti (non solo Nazioni, è presente per esempio anche la California). È possibile prendere parte come “Core member”, dove ci si impegna a non concedere più concessioni per le attività di produzione ed esplorazione di petrolio e gas; “Associate member”, per impegnarsi a tagliare i sussidi rivolti a gas e petrolio (sia all’estero sia sul territorio nazionale); “Friend”, al fine di allineare l’uso di gas e petrolio per rispettare l’Accordo di Parigi. L’Italia è presente nella lista dei firmatari, ma è al momento l’unica Nazione ad aver aderito alla modalità “Friend”, quella con il livello di ambizione più basso.

Ora, dopo mesi in cui si è parlato di cambiamenti, impegni di riduzione delle emissioni e trasparenza non resta che vedere se la Cop26 spingerà veramente il mondo a tagliare le emissioni di carbonio e a fronteggiare il cambiamento climatico.