Perchè è importante la Libia per i paesi europei?

di Giuseppe Palazzo

Gli interessi e le motivazioni che guidano la politica estera dell’Unione Europea in Libia sono multipli. L’UE ha però un limitato impatto sugli affari libici, anche a causa dei differenti interessi degli stati membri, e dall’incapacità di coordinare i propri mezzi per un fine, anche parzialmente, comune. Una delle più stringenti motivazioni europee in Libia riguarda la questione della sicurezza energetica e la dipendenza da petrolio e gas naturale esteri.

Il petrolio libico

La Libia ha un enorme potenziale energetico con 48,4 miliardi di barili di riserve petrolifere, il più grande nel continente africano. Sotto Gheddafi, il paese produceva 1,64 miliardi di barili al giorno; dopo il collasso dello stato e l’intervento occidentale, la produzione è crollata a 200.000 barili al giorno. L’aspetto energetico è essenziale sia per la Libia che per l’UE. Per il primo, il settore degli idrocarburi rappresenta il 95% delle entrate governative e il 96% dell’export. In questo contesto è necessaria l’unità del paese per garantire le forniture. Il principale attore in tal senso è la National Oil Company (NOC), basata a Tripoli. L’UE ha il primario interesse di veder stabilizzata la Tripolitania e il Fezzan poiché da lì viene la maggior parte delle esportazioni petroliferi con importanti quote soprattutto di ENI e di Total. Una parvenza di coordinazione è supportata anche dall’autorità d’investimenti libica e dalla banca centrale, la quale raccoglie i proventi petroliferi e finanzia i salari degli ufficiali pubblici e delle milizie di entrambe le parti. Il punto è la necessità di ricreare lo scheletro dello stato libico per stabilizzare la struttura nazionale. L’UE, con il supporto americano e delle Nazioni Unite, hanno approvato misure finalizzanti a ridurre la frammentazione istituzionale. Difatti solo alla NOC è permesso di vendere il petrolio libico, azione che ha contribuito al fallimento del tentativo del governo di Bengazi, controllato da Khalifa Hafter, di promuovere una compagnia petrolifera in Cirenaica.

La questione migratoria e il rischio terroristico

Un’altra pressante questione è quella migratoria: l’Europa ha sperimentato enormi flussi migratori (es. dal 2013 al 2017, 667.550 migranti hanno raggiunto le coste italiane) che hanno messo in crisi le società degli stati membri. La Libia, come entità stabile e unificata, poteva garantire il contenimento dei flussi per 2 ragioni: sia perché Gheddafi poteva semplicemente impedire le partenze, sia perché la Libia non era paese di passaggio ma di destinazione dato l’alto livello di ricchezza di cui godeva, relativamente al continente africano. Senza il tappo libico molti migranti sono stati capaci di attraversare il Mediterraneo, e molti altri sono stati forzati a causa di abusi sui diritti umani per la capillare presenza di trafficanti di essere umani. Al fine di contrastare queste violazioni, dato che la partecipazione all’EuropeanNeighbourhood Policy richiede il rispetto di alcuni principi, tra cui diritti umani e stato di diritto, l’UE ha interesse a usarlo come leva per abbassare il grado di violenza nella società libica. Consci, comunque, degli inevitabili limiti che uno strumento di leva tale può avere in una situazione tanto frammentata. L’immigrazione di massa è diventata un nuovo business per il crimine internazionale europei ed africano, collegando l’Africa centrale e settentrionale al vecchio continente. Infatti, l’obiettivo europeo è quello di rendere la Libia parte di un più ampio processo di stabilizzazione del confine meridionale contro l’immigrazione illegale proveniente dagli altri paesi maghrebini e dall’Africa sub-sahariana. L’UE mira a creare una zona cuscinetto attorno alla “Fortezza Europa”, che potrebbe contenere i flussi. Il ruolo della Libia è pensato come simile a quello di oggi della Turchia nella rotta orientale. Conditio sine qua non è però un governo centrale che assicuri il controllo del territorio, ad oggi assente. In ogni caso varie missioni europee sono state organizzare per rinforzare i confini libici e contrastare i trafficanti (es. EUNAVFOR Med Operation Sophia e EUBAM Libya).
Inoltre l’intelligence italiana si è detta preoccupata per il pericolo infiltrazione terroristica nei flussi migratori. La terra libica è diventata terreno fertile per commercio illegale di armi, malgrado l’embargo internazionale, e per la proliferazione dei gruppi terroristici. Nel giugno 2015, l’ISIS ha conquistato Sirte e ha stabilito cellule a Tripoli, Sabratha e Bengazi. Le milizie del governo di accordo nazionale, GNA e l’LNA di Haftar hanno riconquistato i territori, ma varie cellule dormienti ancora esistono. Inoltre ci sono altri gruppi terroristici come Ansar al-Sharia e il Benghazi RevolutionaryShuraCouncil. Peraltro il paese vede molti gruppi salafiti (lo stesso presidente sostenuto dalla comunità internazionale Al-Serraj è salafita) e milizie islamiche. Ad aumentare il grado d’instabilità è la vitale posizione intermediaria della Libia tra Europa e Africa. Ciò vuol dire che la destabilizzazione libica produce un effetto domino che si riverbera in tutti i paesi del Sahel, come il Mali. La posta in gioco della sicurezza libica non è solo nazionale, riguarda tutta l’Europa e buona parte dell’Africa. Infatti la Libia è diventata un terreno d’addestramento per jihadisti provenienti da diversi paesi e diverse cellule terroristiche, dall’ISIS ad Aqim. A tal proposito il territorio libico è stato coinvolto nella preparazione di vari attentati terroristici in Europa. Ad esempio nel supporto all’attentatore di Berlino AnisAmri, quello di Parigi AbdelhamidAbaaoud e del terrorista libico-britannico SalmanAbedi.

Le tensioni geopolitiche

L’ultimo punto è la questione geopolitica. Dati i recenti avvenimenti dell’assedio di Haftar a Tripoli e del sempre maggiore interessamento di Russia e Turchia che hanno preso di sorpresa Roma e Bruxelles, il maggiore rischio per l’UE è che la Libia diventi teatro di una guerra per procura sul modello siriano. La Russia, insieme ad Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita (e velatamente la Francia), sostiene Haftar; mentre l’ONU, l’Italia, la Turchia e il Qatar sostengono Al-Serraj. La Turchia ha optato per una scelta militare per proteggere Tripoli dall’offensiva della Cirenaica, usando il fattore militare come scambio per un rafforzamento marittimo nella regione. Infatti la Turchia non ha in realtà la forza di essere coinvolta nel teatro libico come lo è stata in quello siriano. Il suo obiettivo è quello di avere un governo amico a Tripoli che possa promuovere la zona economica esclusiva e il suo progetto egemonico nel mediterraneo orientale. D’altra parte anche la Russia non ha un interesse nella Libia in quanto Libia, ma per sostanziare l’influenza crescente nel Mediterraneo grazie alle concessioni sul porto di Tartus in Siria. Chi ha più da perdere o vincere sono dunque l’UE e l’Italia che devono stabilizzare proventi vitali per la sicurezza energetica continentale ed una tradizione influenza su un paese chiave che sta per essere dissipata.

Fonti:

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– V. Battaglia, Il caos libico tra guerre per il petrolio e frammentazione interna, Mondo Internazionale, address: https://mondointernazionale.com/libia-un-paese-estremamente-fragile