L’ utilizzo della plastica è diventato ormai un tema sensibile negli ultimi tempi a causa dei danni che arreca all’ambiente. Davanti ad una opinione pubblica sempre più attenta ai temi ecologisti, i materiali plastici si trovano molte volte davanti ad una campagna denigratoria.

La plastica è un vero problema?

Forse il vero problema non sta nel fare una campagna demonizzatrice della plastica e del suo utilizzo perché è indubbio che questo materiale ha avuto un impatto forte nello sviluppo delle nostre società, da essa sono nati nuovi materiali e prodotti che ancora oggi usiamo.

Il risultato chiaro, avvalorato dalle conclusioni di studi scientifici, è che il problema della plastica non è la plastica in sé, ma come questa viene gestita, ovvero il problema siamo noi. Una questione che investe il processo di sensibilizzazione e di cultura riguardo a come il consumatore gestisce i rifiuti, ed in particolare quelli plastici.

La plastica e il suo sviluppo

La prima plastica è nata nel 1907, tuttavia la grande espansione della produzione della plastica si ebbe intorno agli anni Cinquanta, e nei successivi 65 anni, la produzione è aumentata di 200 volte. Pertanto la plastica è un materiale relativamente giovane, e la storia del progresso scientifico ci insegna che la scoperta dei materiali innovativi impiega del tempo per trovare la giusta collocazione nel mondo. Un dato di fondamentale importanza riguarda la produzione primaria di plastica e quella di rifiuti: la produzione di plastica è stata stimata nel 2015 intorno al valore di 270 milioni di tonnellate, ma la produzione di rifiuti è arrivata a 275 milioni di tonnellate. Questo sta ad indicare che si genera più rifiuti rispetto alla plastica che viene prodotta.

È interessante analizzare la condizione sui rifiuti plastici mal gestiti, ovvero quelli che vengono messi in discariche non controllate o all’ aperto, dove c’è un’elevata probabilità di dispersione nell’ ambiente. Il fenomeno dei rifiuti mal gestiti è stato studiato ampiamente, ed un’analisi geografica ha messo in evidenza che i paesi in via di sviluppo o quelli poveri, come lo sono Cina o l’Indonesia, arrivano a percentuali del 30% di rifiuti mal gestiti – con un’altissima incidenza a livello globale – contro la media 5% del paesi europei e nord americani.

L’inquinamento marino

Secondo un recente studio (Plastic Pollution by Hannah Ritchie and Max Roser) con lo sviluppo dei paesi dell’Africa, ed il conseguente loro passaggio verso una società più consumista, la situazione potrebbe peggiorare drasticamente. Aumenterebbe l’incidenza a livello locale e globale della cattiva gestione dei rifiuti e la conseguente dispersione nell’ambiente. Tutto questo si rifletterebbe anche sull’inquinamento dei mari: infatti l’80% di rifiuti negli oceani viene da terra, mentre il restante 20% da fonti marine, la cui metà deriva dall’industria della pesca, quindi da lenze o imbarcazioni abbandonate. Questo è un dato importante che ci fa capire quanto l’uomo stia facendo poco per proteggere l’ambiente dalla plastica.

Il Programma Ambiente delle Nazioni Unite (Unep) avvalora il fatto che l’inquinamento in particolare marino da plastica è un fenomeno extra Europeo. L’Unep rileva infatti che il 90% della plastica presente negli oceani proviene da 10 fiumi tutti extra Europei, in particolare: i fiumi Yangtze, Xi e Huanpu in Cina, del Gange in India, dell’Oyono al confine tra Camerun e Nigeria, di Brantas e Solo in Indonesia, del rio delle Amazzoni, per lo più in Brasile, del Pasig nelle Filippine e dell’Irrawaddy in Birmania. Mentre l’intera Europa contribuisce solo per il 4% del totale dell’inquinamento plastico.

La plastica nella storia dell’uomo

È evidente che il problema della plastica esiste, ma non è facilmente risolvibile, visto l’utilità di questo materiale nella storia dell’uomo.

In generale le plastiche sono materiali ingegneristicamente eccellenti, sono flessibili e resistenti, molto leggere (caratteristica non di poco conto paragonata alle alternative), hanno un rapporto costo longevità molto elevato, ed inoltre hanno ottime proprietà termiche, elettriche e chimiche. L’opinione pubblica non si rende conto degli effettivi vantaggi che l’umanità ha ottenuto utilizzando le materie plastiche.

Grazie all’utilizzo delle plastiche si sono potuti creare microchip che hanno tonnellate di potenza di calcolo, generando quindi cellulari, laptop, TV a schermo piatto; è aumentata la resa di batterie nell’elettronica. Hanno rivoluzionato l’industria della salute, perché senza plastica non ci sarebbero tutte disposizioni mediche come le siringhe. Inoltre le plastiche sono fortemente correlate con le energie rinnovabili, senza plastica non si potrebbero fare i pannelli solari. Nel settore dei trasporti, grazie alle plastiche i veicoli stanno diventando sempre più leggeri, portando così ad una riduzione delle emissioni di CO2.

Lo smaltimento della plastica

Una strategia per analizzare al meglio  il problema dei rifiuti causati dall’errato smaltimento della plastica è guardare al mondo dell’industria nei settori con la massima produzione di plastica primaria: al primo posto c’è il 42% del settore del packaging, mentre al secondo posto c’è la plastica utilizzata in edilizia con il 19%. Tuttavia non sarebbe una soluzione eliminare la plastica nel settore del packaging: secondo studio recente della Trucost per l’American ChemistryCouncil nel 2016 la plastica aiuta a ridurre i costi ambientali di quattro volte rispetto alle alternative, dove per costo ambientale si intende il costo in termini economici relativo alla somma di diverse problematiche quali il cambiamento climatico, il danno agli oceani e danni alla salute dell’uomo e dell’ecosistema. Con questo studio sono state fatte delle simulazioni di sostituzione della plastica con diversi materiali alternativi ed in diversi settori, e per ogni simulazione si è valutato l’impatto ambientale. Per il settore del packaging si stima che il costo ambientale sia di 139 miliardi di dollari con la plastica, ma con le alternative della plastica si arriva a 533 miliardi. Inoltre la plastica non è facilmente sostituibile perché le alternative hanno una massa maggiore: solo nel settore del packaging e solo in Nord America ci sarebbe bisogno di 3,5 volte più materiale, una soluzione per niente sostenibile.

Quali soluzioni?

Un tema molto dibattuto nella comunità scientifica – e non solo- è trovare soluzioni per lo smaltimento dei rifiuti ma anche alternative già  nella fase di sviluppo. Un primo approccio è quello di gestire meglio la fase di disposal, ovvero il fine vita della plastica. Lo studio Plastic Pollution ha analizzato i metodi di disposal della plastica nel corso della storia. Secondo lo studio del Plastic Pollution, negli anni Ottanta il 100% della plastica veniva gettato in discarica, e in quel periodo il rischio di dispersione nell’ambiente era abbastanza alto. Nel decennio successivo una frazione si inceneriva, ma solo dal 2000 in poi si è avuta una percentuale significativa di riciclo che ad oggi si attesta intorno al 20%.

Un’altra soluzione è rendere il settore della manifattura della plastica più ecocompatibile. Il 43% del totale del costo ambientale riferito alla plastica deriva dall’industria manifatturiera, quindi bisogna cercare di spostarsi verso fonti di energia a bassa emissione di carbonio. Raddoppiando l’attuale quota di energie a basse emissioni, ci sarebbe una riduzione dei costi ambientali del 5% relativo all’intero settore della plastica, e diventerebbe il 25% utilizzando il 100% di risorse a basse emissioni.

L’economia circolare

In molti concordano che la situazione più auspicabile sarebbe quella di convertire il nostro tradizionale modello economico lineare in un modello ad economia circolare. Questo modello economico si basa sull’idea di recuperare sempre più rifiuti in modo da poterli riciclare o riusare. Si stima che aumentando il consumo post vita della plastica al 55% e riducendo le discariche al 10% solo in Europa e Nord America si  riuscirebbe a ridurre il costo ambientale di 7.9 miliardi di dollari. Nel caso del settore del packaging, le aziende manifatturiere potrebbero trovare accordi con le aziende che riciclano la plastica per ottimizzare il processo.

Il caso italiano

Forse non molti sanno che l’Italia è a buon punto nella creazione di un’economia circolare della plastica. I dati di Corepla (Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica) mostrano che l’industria italiana nel 2017 ha riciclato il 43,4% degli imballaggi in plastica contro una media europea che si ferma al 40,8% e un ulteriore 40% è stato avviato a recupero energetico. Gli obiettivi comunitari per il 2030 consistono nel raggiungere la soglia del 55% di riciclo entro il 2030.

Cosa fare dunque per raggiungere questi obiettivi e creare una vera economia circolare della plastica in Italia come in Europa? Occorre investire su due fronti. In primis l’educazione dei cittadini: aumentare e migliorare la raccolta differenziata deve essere un obiettivo di tutti. Inoltre occorre investire sugli impianti che raccolgono, selezionano e riciclano la plastica dandole nuova vita.

Purtroppo la politica (per la verità non solo in Italia) sta affrontando il tema della plastica in maniera ideologica e non risolutiva del problema. La “moda” del plastic free crea facili consensi in chiave elettorale ed ecco che Comuni, Regioni e Amministrazioni Pubbliche hanno fatto a gara nell’ultimo anno a proporre le più bizzarre ordinanze plastic free, molte delle quali in palese contrasto con la Direttiva Europea sulla Plastica Monouso pubblicata sulla Gazzetta Europea lo scorso 12 giugno e non ancora recepita da una normativa nazionale.

Insomma per risolvere il problema della plastica bisogna dimenticare l’ideologia e affrontare il problema con serietà e impegno sia da parte del cittadino sia da parte della politica. Ognuno deve fare la sua parte, sapendo che non esistono ricette miracolose ma il risultato si ottiene col lavoro di tutti ogni giorno nella giusta direzione.