L’ex ministro della difesa sull’escalation fra Grecia e Turchia: “Libia e Siria insegnano: vedo apparentemente due litiganti, Turchia e Russia. Ma questo litigare rischia di avere come unico esito un accordo che, nel momento in cui si definisce, è solo un modo per aumentare le proprie sfere di influenza”

Senza un’Italia che mantenga la stessa visione che la Venezia del ‘500 aveva in uno scenario ottomano, non ci sarà pace nel Mediterraneo.

Ne è convinto a proposito dell’escalation turca nel mare nostrum l’ex ministro della Difesa Mario Mauro, che affida a Formiche.net una articolata analisi sui player in campo. Da un lato i desiderata del presidente turco Erdogan, che non mira solo agli atolli greci, ma sta distendendo una ben più ampia tela (tra Libia e Siria). Dall’altro il punto di caduta delle politiche Usa: “Gli americani rischiano di trovarsi l’area del sud Mediterraneo non solo sempre più sotto l’influenza turca, ma anche sotto quella russa: ciò è per Washington inaccettabile”.

Grecia vs Turchia, in ballo non c’è solo il gas. Cosa comporta l’escalation per la Nato?

Sarebbe un errore madornale perimetrare il confronto solo a Grecia e Turchia. La strategia di Ankara è di più ampio respiro, ma dando l’impressione che la cosa possa essere limitata ad un contrasto con i vicini di casa, con i quali il contenzioso è radicato e risale al disfacimento dell’Impero Ottomano, in realtà Erdogan punta all’egemonia nell’intera area euromediterranea con una proiezione neo ottomana di modernità. La Turchia ha provato a sfondare il muro saudita e iraniano nel Golfo, ma è stata costretta a ripiegare dallo schierarsi degli Usa in favore di uno dei suoi alleati più solidi. Adesso cerca nuovo spazio nella macro regione che va dai Balcani al Mediterraneo.

Con quali rischi?

Pretende quasi da Washington una prova d’amore: potersi considerare interlocutore alla pari degli alleati atlantici. Da questo punto di vista quale occasione più ghiotta del passato travagliato post secondo conflitto mondiale? È questo lo schema all’interno del quale l’aspetto della battaglia per ragioni primarie non fa altro che approfondire un solco noto da tempo, rispetto al quale purtroppo l’Italia è in ritardo. Il gioco di anticipo sulla partita greco-turca fatto da Parigi la dice lunga sul tempo che si è perso a Roma, nonostante il nostro governo avesse avuto molte avvisaglie per leggere la situazione e farvi fronte, sin dai tempi delle primavere arabe.

L’interventismo di Macron in Grecia (presente anche a Beirut) coinvolge anche la vendita delle fregate Belharra ad Atene?

Sì. Ma la risposta francese credo sia dettata non dalla necessità di farsi spazio entrando in concorrenza con la penetrazione commerciale italiana, quanto dall’azione del ministero degli Esteri francese che più di altri legge in prospettiva i piani turchi. Per cui anche sul piano storico acquista valore la decisione di Macron di schierare le navi nel Mediterraneo orientale. Uno dei Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale, membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dà un giudizio molto netto sull’espansionismo turco e ritiene che possa rappresentare una minaccia per gli equilibri mondiali. Ricordo che quando si muovono unità da guerra di Francia, Regno Unito, Usa, Cina o Russia dobbiamo tutti essere consapevoli che c’è qualcosa che sta alterando gli equilibri mondiali e non regionali.

Parigi e Berlino come si stanno differenziando nell’approccio al caso?

La postura francese nell’area ha motivato i membri Ue, sempre piuttosto restii a occuparsi di questioni mediterranee, a rivedere la propria agenda. Per questa ragione accanto al tema bielorusso sul tavolo dei consigli informali europei c’è anche il tema dell’Egeo. Ciò avviene non perché su quel tavolo ce lo abbia spinto il premier greco Mitsotakis, ma in forza del sostegno di Parigi alla Grecia, che va di pari passo con la difficoltà che vive Berlino. Non a caso il ministro degli esteri Maas ha cercato un punto di mediazione fotografando molto realisticamente la situazione con i rischi connessi.

Cosa comporterebbe per la Germania l’acuirsi delle tensioni greco-turche?

Un riflesso sugli otto milioni di turchi che vivono in Germania: potrebbero diventare, per molteplici motivi, un enorme punto interrogativo per la vita della nazione. Se quelle tensioni mediterranee si riproducessero anche sul suolo tedesco tra cittadini di origine greca e cittadini di origine turca saremmo certi della fedeltà al contesto istituzionale tedesco di immigrati turchi pur di seconda o terza generazione? Osservo che, al di fuori della partigianeria per Erdogan, il nazionalismo turco così tipico della fisiologia di quel paese, sopravvive ben oltre una migrazione contingente.

La forte presenza Usa nel Mediterraneo orientale con la Sesta Flotta è solo per osservare gli eventi? E le elezioni Usa come potranno mutare lo scenario?

Sono certo che, per paradosso, da un lato gli americani sono fortemente decisi a che nulla si muova prima delle elezioni, rimandando un intervento deciso nell’area solo a urne chiuse; e dall’altro che ciò possa spingere Erdogan ad accelerare i tempi e provocare un incidente con la Grecia. Gli Usa stanno ridisegnando la mappa della propria presenza nel Mediterraneo: sicuramente l’amministrazione Trump ha segnato un momento di cesura nelle relazioni con i più accreditati partner europei. Questo ha spinto Washington a interloquire con Marocco ed Egitto, riconsiderando lo stesso rapporto con la Grecia: Paese marginale fino a qualche anno fa, ma oggi diventato strategico per via dell’instabilità del rapporto con Ankara.

In parallelo la penetrazione cinese al Pireo con Cosco ha accelerato la nuova presenza Usa in Grecia?

Sì. Nel disegno dei rapporti di forza all’interno della Nato, gli Usa sono preoccupati non del fatto che le forze armate turche siano le seconde per numero tra gli alleati Nato, quanto che oggi sommando le forze armate di alcuni dei maggiori Paesi europei non si arrivi all’organico turco.

Gli equilibri in Libia e Siria come si intrecciano con quelli nell’Egeo?

Vedo apparentemente due litiganti: Turchia e Russia. Ma in Siria come in Libia questo litigare rischia di avere come unico esito un accordo che, nel momento in cui si definisce, è per l’appunto un accordo turco-russo. Quel litigio è solo un modo per aumentare le proprie sfere di influenza. Con questo meccanismo gli americani rischiano di trovarsi l’area del sud Mediterraneo non solo sempre più sotto l’influenza turca, ma anche sotto quella russa: ciò è per Washington inaccettabile.

Come si è arrivati a questo punto?

È stato un errore di Trump: pur non essendo un facilone e aggressivo, sul tema del rapporto con l’Europa ha clamorosamente preso degli abbagli perché è vero che all’Ue non manca una sola delle contraddizioni rilevate dall’amministrazione Usa, come osservato in passato da Kissinger, Clinton e Obama, ma tutto questo non ha mai scalfito la consapevolezza tipica della storia globale: ovvero che se gli Usa pensano di essere i guardiani del mondo, si tratta di una guardianìa che possono esercitare solo con i partner europei.

L’accordo di pace degli Emirati Arabi Uniti con Israele può essere visto anche alla luce dell’ultra-espansionismo turco nel Mediterraneo orientale?

Attenzione, qui c’è un piccolo colpo di scena: chi si è rivelato negli ultimi giorni partner del premier greco Mitsotakis? Gli Emirati, che hanno inviato gli F16 a Creta. È una doverosa precisazione del risvolto più interno dello scenario che si sta preparando: gli Eau sono sproporzionati tra densità di popolazione, forza militare e finanziaria espressa. Sono anche un riferimento per il nostro Paese al punto tale che le armi di cui sono dotati hanno sistemi di difesa italiani. La decisione di Roma di inviare il Durand de la Penne seppur con la duplice veste di partecipante ad un esercitazione con ciprioti, greci e francesi da un lato, e di interlocuzione con i turchi dall’altro, ha questo senso: riposizionarsi all’interno dello scacchiere. Resta il fatto che non saranno impegni di natura marginale a dare forza alla posizione italiana. Roma deve giudicare la situazione con i propri partner naturali e nel solco di una tradizione transatlantica che, oggi più che mai, deve essere punto di forza della nostra politica estera. E, quindi, prendere una posizione forte. Senza un’Italia che nel Mediterraneo mantenga la stessa visione che la Venezia del ‘500 aveva in uno scenario ottomano, non ci sarà pace nel Mediterraneo.

Che ne pensa dell’adesione italiana al network americano per 5G “pulito” (dai cinesi)?

Quella americana è la classica proposta che suona come una richiesta di ravvedimento che, considerate le condizioni prima descritte nell’area mediterranea, è molto difficile che l’Italia possa permettersi di non prendere in considerazione.

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Articolo scritto da: Francesco De Palo per Formiche.net