L’allargamento dell’Unione: l’appuntamento con la storia dell’UE

da: Mario Mauro
3 Agosto 2026

Per anni, il problema dell’allargamento dell’Unione europea non è stato soltanto la mancanza di coesione o di volontà collettiva. È stato anche l’assenza della volontà politica di affrontare ciò che l’allargamento richiede realmente: non solo l’adeguamento dei Paesi candidati all’acquis normativo e giuridico dell’UE, ma anche la capacità dell’Unione stessa di riformarsi.

L’allargamento ha sempre messo in luce una delle principali difficoltà politiche dell’UE

Sul piano esterno, l’Unione deve dimostrare di poter agire in modo credibile nei confronti dei propri partner. Sul piano interno, deve mostrare che l’apertura a nuovi membri può generare riforme, prosperità e stabilità, anziché paralisi istituzionale.

Tuttavia, questo slancio politico non si è mai realmente concretizzato. I Balcani occidentali, in particolare, sono rimasti in una sorta di sala d’attesa, intrappolati in quella che spesso è stata definita la logica dei “Restern Balkans”: un processo di allargamento selettivo e controllato che privilegiava i Paesi considerati più preparati dal punto di vista economico o più convenienti strategicamente. La Slovenia è stata la prima ad aderire, seguita da Romania e Bulgaria, la cui piena integrazione nello spazio Schengen è arrivata solo di recente, e successivamente dalla Croazia nel 2013.

La guerra ha cambiato il dibattito sull’allargamento

Oggi il contesto è radicalmente cambiato. Il punto di svolta è arrivato il 24 febbraio 2022, quando la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina, riportando la guerra nel cuore dell’Europa.

Per la prima volta nella storia dell’UE, l’allargamento non è più soltanto una questione di riforme, mercati o allineamento istituzionale. È diventato parte integrante della strategia europea di sicurezza e della difesa della democrazia. Nel 2026 Ucraina, Moldova, Serbia, Montenegro, Albania, Bosnia-Erzegovina e Macedonia del Nord sono tutte impegnate nel percorso di adesione all’Unione europea, mentre il Kosovo ha presentato domanda ma non ha ancora ottenuto lo status di Paese candidato.

Si tratta di Paesi con storie complesse e spesso dolorose: dagli Stati nati dalla dissoluzione della Jugoslavia socialista e segnati dalle guerre degli anni Novanta, fino all’Ucraina, oggi impegnata a difendere la propria sopravvivenza nazionale mentre porta avanti difficili riforme interne. La Moldova, nel frattempo, continua a confrontarsi con l’ingerenza russa e con la questione irrisolta della Transnistria.

Sarebbe però un errore leggere il rinnovato dibattito sull’allargamento esclusivamente attraverso la lente dell’Ucraina e della Moldova. La credibilità dell’intero processo dipenderà anche dalla capacità dell’UE di offrire prospettive concrete ai Balcani occidentali. Una politica di allargamento efficace deve consentire ritmi di avanzamento differenti senza creare nuove fratture politiche o nuove linee di divisione nella regione.

L’allargamento non riguarda soltanto i confini

Il valore dell’allargamento non può essere misurato esclusivamente in termini di sicurezza delle frontiere. Deve essere valutato anche in base alle opportunità economiche, istituzionali e sociali che può generare nei Paesi candidati, dove molti cittadini, soprattutto le giovani generazioni, continuano a vedere nell’Europa una promessa di stabilità, sviluppo e appartenenza democratica. I recenti vertici, tra cui l’incontro di Tivat in Montenegro e quello di Sarajevo, durante il quale il Partito Popolare Europeo ha ribadito il proprio sostegno all’allargamento, dimostrano che il clima politico è cambiato. L’allargamento è tornato a essere una priorità per la Commissione europea e per diversi Stati membri influenti.

Anche Francia e Germania stanno assumendo un ruolo più visibile nel dibattito. Un recente non-paper franco-tedesco, promosso da Emmanuel Macron e Friedrich Merz, parte dal presupposto che l’UE si trovi davanti a un’opportunità storica per completare il progetto europeo. Il documento propone di rendere il processo di adesione più rapido ed efficace, concentrandosi sulle riforme sostanziali nei Paesi candidati invece di consentire che il percorso venga bloccato da ostacoli procedurali.

Le ragioni di un’integrazione graduale

L’elemento più innovativo di questo approccio è l’idea dell’integrazione graduale. I Paesi candidati verrebbero premiati per i progressi concreti compiuti nei negoziati di adesione attraverso un accesso progressivo a programmi europei come Erasmus+ e Horizon Europe, a parti del Mercato unico e ad alcuni meccanismi decisionali dell’UE.

L’adesione piena resterebbe l’obiettivo finale. Tuttavia, il percorso verso tale traguardo diventerebbe più credibile, più visibile e più tangibile per i cittadini. Ciò contribuirebbe a evitare che l’allargamento si trasformi in una promessa astratta continuamente rinviata, rafforzando al contempo la capacità dell’UE di proiettare stabilità e influenza nel proprio vicinato.

Perché questo modello funzioni, tuttavia, l’onere non può ricadere esclusivamente sui Paesi candidati. Anche l’Unione europea deve confrontarsi con la propria disponibilità ad allargarsi. Ciò significa prendere sul serio il cosiddetto quarto criterio di Copenaghen: la capacità dell’Unione di integrare nuovi membri. Un’UE più ampia dovrà riflettere in modo pragmatico sul funzionamento delle proprie istituzioni, sulla distribuzione delle competenze e sulle modalità per garantire agli Stati più piccoli un ruolo effettivo nei processi decisionali.

Il costo dell’assenza

Il rischio di perdere slancio è evidente. Come ha avvertito Christian Schmidt, Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina dal 2021, una minore presenza europea nei Balcani occidentali crea inevitabilmente maggiore spazio per altri attori. L’influenza della Russia in Serbia e in alcune aree della Bosnia-Erzegovina, così come il crescente ruolo della Cina nei settori dell’energia, delle infrastrutture e dei trasporti, dimostrano quanto rapidamente i vuoti strategici possano essere colmati.

In questo contesto, infrastrutture, connettività, sicurezza energetica e collegamenti di trasporto non sono semplicemente questioni economiche. Sono questioni strategiche. In diverse aree dei Balcani occidentali, ostacoli politici e istituzionali continuano a rallentare investimenti essenziali, indebolendo l’integrazione della regione nello spazio economico europeo e aumentandone la vulnerabilità alle influenze esterne. La Bosnia-Erzegovina rimane particolarmente centrale. Qualsiasi minaccia alla sua integrità territoriale non destabilizzerebbe soltanto il Paese, ma rischierebbe di compromettere l’intera architettura di sicurezza dei Balcani.

Un’Unione più grande cambierà l’Europa

L’allargamento costringerà inoltre l’UE a riflettere seriamente sul funzionamento delle proprie istituzioni in un’Unione più vasta. L’Ucraina rappresenta l’esempio più evidente. Con una popolazione di circa 36 milioni di abitanti, invierebbe al Parlamento europeo una delegazione di dimensioni comparabili a quella della Polonia. Ciò introdurrebbe nelle istituzioni europee prospettive politiche profondamente influenzate dalla guerra, dalla sicurezza dei confini orientali e dalle conseguenze a lungo termine dell’aggressione russa.

Anche l’adesione dei Balcani occidentali avrebbe un’importante rilevanza sociale e politica. Rafforzerebbe il coinvolgimento dell’Europa con società nelle quali le comunità musulmane costituiscono una componente significativa della popolazione, in particolare in Bosnia-Erzegovina, Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e Kosovo. Ciò potrebbe aprire nuovi spazi per il dialogo interreligioso, l’integrazione politica e la convivenza all’interno del progetto europeo.

L’Europa deve essere presente sul territorio

Il successo dell’allargamento non dipenderà soltanto dai negoziati tra governi. Le istituzioni europee dovranno essere più presenti nei Paesi candidati e dialogare più direttamente con i loro cittadini, in particolare con le giovani generazioni. In un periodo caratterizzato da sfiducia politica, disinformazione e competizione geopolitica, il progetto europeo non può rimanere confinato ai capitoli tecnici dei negoziati e ai comunicati diplomatici. Deve diventare visibile nelle comunità che aspirano a entrarne a far parte.

L’allargamento, dunque, non è soltanto una questione di confini, sicurezza o geopolitica. È una scelta che riguarda l’identità dell’Europa e la sua capacità di completare il progetto di un continente libero, stabile e democratico. Per questo motivo l’allargamento non è semplicemente un altro punto nell’agenda dell’Unione europea. È l’appuntamento dell’Europa con la storia, un appuntamento che non può permettersi di mancare.

Analisi apparsa precedentemente su TheWatcherPost.eu co-edita con Alessandro Cinciripini, Senior Consultant per il Centro Studi Meseuro e analista del desk Balcani ed Est Europa.

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