Articolo scritto da: Andrea Meleri

Quando non va in ordine sparso, l’Unione Europea ha dimostrato di poter essere un’istituzione ed un attore credibile, sia all’esterno che al suo interno; ma che i 27 (una volta 28) paesi membri agiscano di concerto, è una cosa tutt’altro che scontata. Ciò accade quando in gioco vi sono interessi comunitari, e anche in questi casi si arriva ad una quadra comune solo dopo estenuanti trattative diplomatiche (come dimostrato nel caso del Next Generation EU).

I paesi europei in ordine sparso:

Le difficoltà riguardano anche la dimensione esterna dell’Unione Europea. Certo, coordinare molteplici interessi strategici è un compito gravoso e di non facile realizzazione, a maggior ragione se si considera che il fallimento della creazione della Comunità Europea di Difesa (CED) nel lontano 1954 arrivò in un periodo più favorevole, rispetto a quello attuale, a che nascesse una vera e propria politica estera comune.

Negli ultimi anni, la mancanza di una vision comunitaria ha relegato il Vecchio Continente ad un ruolo di secondaria importanza nella lotta per l’egemonia globale. I 4 anni di Presidenza Trump hanno fatto scattare un campanello d’allarme nei palazzi delle cancellerie europee, ritrovatesi meno coperte dallo scudo americano, impegnato, per la verità già dall’inizio del decennio scorso, a contrastare l’ascesa della Cina. I paesi europei hanno cosi dovuto fare i conti con l’entrata in scena di nuovi attori nel proprio giardino di casa, in quel mare nostrum prima controllato dalla VI Flotta USA ed ora in mano a turchi e russi.

Operazione Irini ed operazione Atalanta:

Nonostante le premesse fin qui fatte, negli ultimi anni, a fronte di esigenze comuni, sono nate risposte comuni. Nel 2015 venne istituita la prima operazione militare di sicurezza marittima comunitaria, l’Operazione Sophia, per rispondere alla crisi migratoria che stava andando sempre più ad aggravarsi nel Mediterraneo. Nell’aprile 2020 è stata sostituita dalla missione Irini, il cui scopo è quello di far rispettare l’embargo ONU sulle forniture di armi alle fazioni libiche; esemplificazione delle dinamiche di contrasto interne all’Unione Europea descritte sopra, la missione, ora a guida italiana, ad oggi non ha prodotto i risultati sperati, dato il continuo afflusso di armi e contingenti militari in Libia (solo una settimana fa la Turchia ha inviato in Libia altri 380 miliziani siriani [1])

Una missione che ha sicuramente centrato i target prefissati è l’Operazione Atalanta, il cui mandato è quello di contrasto alla pirateria nel Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano. Iniziata verso la fine del 2008, ha visto coinvolti i paesi europei anche in difesa dei propri interessi commerciali, considerando la posizione strategica del Golfo di Aden; esso infatti si trova all’imbocco del Mar Rosso, da cui transita circa il 10-12% di tutto il traffico merci marittimo mondiale. Nel settore dell’Africa orientale l’apice del fenomeno della pirateria si è raggiunto nel 2011, quando sono avvenuti quasi 300 attacchi, ma da qualche anno il numero si è drasticamente (e fortunatamente) abbassato, avvicinandosi allo 0 [2].

Il Golfo di Guinea:

Il teatro delle operazioni della missione Atalanta non è l’unica zona lungo le coste del continente africano dove la piaga della pirateria ha colpito e colpisce tutt’ora. Infatti, il fenomeno si è fortemente sviluppato anche nel Golfo di Guinea, il cui mare bagna le coste di vari paesi africani in cui si concentrano interessi di più paesi europei: basti pensare al greggio e al gas estratti nel Delta del Niger, dove operano alcune tra le più grandi multinazionali del settore energetico, tra cui Total, Shell, Chevron, Eni. Secondo gli ultimi rapporti dell’International Maritime Bureau, questa zona del globo è diventato il principale hotspot della pirateria mondiale [3].

Nonostante il fenomeno diffuso, il contrasto alla pirateria resta di difficile attuazione, per ordine di ragioni differenti: anzitutto, i paesi che si affacciano sul golfo di Guinea non vogliono che vi sia ingerenza nelle proprie acque territoriali da parte di stati terzi, e nonostante non siano in grado di impedire gli attacchi, continuano a mantenersi sulle proprie posizioni. In secondo luogo, va segnalata la capacità dei pirati di operare in contesti molto lontani dalle coste, ampliando dunque il tratto di mare che le varie unità militari sono chiamate a pattugliare, complicando loro il compito.

I numerosi interessi comuni in Africa occidentale potrebbero/dovrebbero spingere l’Unione Europea ad intraprendere azioni o missioni condivise, eppure ciò non avviene. Ancora una volta, manca la volontà/capacità politica di fare fronte comune da parte dei 27 paesi membri: politica, e non operativa, dal momento che nella zona sono già attive diverse missioni e che la stessa UE, già dal 2014, ha identificato la zona come come area di interesse strategico per lo sviluppo della politica estera. Italia (operazione Gabinia), Francia, Spagna e dal prossimo novembre Danimarca sono già presenti nell’area [4], ma senza un coordinamento delle missioni sotto l’ombrello UE, il rischio è quello di apparire, ancora una volta, facilmente vulnerabili.

Navigando a vista:

Certo, risolvere i problemi di politica estera non passa unicamente dal coordinamento delle missioni navali, eppure tale mancanza rappresenta una zavorra al tavolo delle trattative tra UE e stati terzi, poiché l’interlocutore di turno (leggasi: Turchia) sa come fare delle divisioni europee un arma a proprio vantaggio. La disputa del Mediterraneo orientale ha esacerbato tale questione, con la Francia che ha schierato le proprie unità navali militari a “difesa” della Grecia (e dei propri interessi), ma frenata de facto dalla Germania (col consenso dell’Italia) durante gli ultimi Consigli europei nel prendere decisioni più radicali [5]. Proprio i meccanismi decisionali e di potere delle istituzioni europee, tra tutti quello dell’unanimità all’interno del Consiglio Europeo, sono causa di lentezza decisionale.

Non da meno sono causa di inefficienza gli egoismi nazionali dei vari stati; la miopia di paesi come Francia e Germania, impegnati più a guadagnare per i propri interessi che a difendere quelli comunitari, determina una continua situazione di stallo nell’azione esterna dell’Unione che finisce per danneggiare i più.

L’Unione Europea, da molti punti di vista, è ad un bivio e necessita di un rinnovamento dall’interno. Sicuramente, non può più permettersi di lasciare la guida della politica estera comunitaria ad un singolo stato (Germania, Francia o Italia che sia), ma ha bisogno di definire in modo chiaro gli interessi comuni per far fronte compatto alle minacce. O è destinata a subire le decisioni di attori terzi. Turchi e russi sono già nel Mediterraneo (allargato).

[1]https://www.analisidifesa.it/2021/04/i-turchi-inviano-altri-mercenari-in-libia/

[2]https://www.cesi-italia.org/articoli/1212/pirateria-il-golfo-di-guinea-il-nuovo-hotspot-mondiale

[3]https://www.affarinternazionali.it/2021/03/la-pirateria-nel-golfo-di-guinea-e-il-ruolo-della-marina-militare/

[4]https://www.cesi-italia.org/articoli/1298/cesi-update-la-danimarca-lancia-la-propria-missione-anti-pirateria-nel-golfo-di-guinea

[5]https://www.linkiesta.it/2020/12/turchia-erdogan-europa-sanzioni/