di Giuseppe Palazzo

Iran-Usa durante la pandemia

Dalla politica, all’economia alla società, non c’è aspetto sociale che la pandemia non abbia sconvolto, o almeno toccato. Tutti i settori hanno dovuto confrontarsi con gli stravolgimenti imposti da una lotta di cui in pochissimi avevano esperienza. Tuttavia dopo un iniziale fase di sorpresa e incertezza molte potenze stanno cercando di ribaltare il loro rapporto con l’epidemia. Se in molti paesi, tra cui l’Italia, il Covid-19 ha sostituito qualsiasi altro tema nell’agenda pubblica, le potenze più mature del globo stanno analizzando i modi con cui sfruttare questa catastrofe sanitaria per migliorare la propria posizione internazionale, danneggiare i rivali, o aumentare il proprio soft power. Il fine è trasformare la pandemia da alterazione profonda dei paradigmi sociali e internazionali a strumento strategico, espediente per rafforzare la propria strategia in campo competitivo. Molti osservatori hanno sperato che potesse convertirsi in una costrizione esogena che portasse ad una tregua mondiale, ma rischia di esser piuttosto un acceleratore di crisi e di rivalità. Così Cina e Russia cercano di incrementare il proprio soft power inviando aiuti in paesi chiave e gli Stati Uniti minacciano di tagliare i fondi all’OMS perché considerata prona agli interessi cinesi. L’osservazione dell’impatto dell’epidemia nelle tensioni tra Iran e Stati Uniti, seppur pieno d’incertezze ancora imprevedibili, può essere una bussola paradigmatica di questo fenomeno.

L’impatto economico e i motivi del contagio

L’Iran è stato uno dei paesi più colpiti: i numeri ufficiali sono 62.589 contagiati e 3.872 morti. (John Hopkins, 8/4/20). Lo stato sociale e l’economia iraniana erano già in uno stato estremamente grave. Senza l’impatto del Coronavirus, la recessione ha portato ad un crollo del PIL del 9,5% nel 2019; secondo la Banca Centrale d’Iran, nel primo quadrimestre alcuni settori hanno sofferto un declino del 16,6%1 ,mentre la recessione prevista nel 2020 potrebbe ammontare al 25/30%2. Ci sono almeno 4 motivazioni dietro all’impennata di casi in Iran rispetto agli altri paesi della regione. In primis dopo la reintroduzione delle sanzioni americane la Cina è rimasta l’unico cliente di peso dell’Iran. Il trasporto di petrolio avviene tramite intermediari per raggirare le sanzioni americane. Teheran ha la vitale necessità di preservare le relazioni politiche ed economiche con Pechino ai massimi livelli. Per cui il rafforzamento degli spostamenti umani in seguito all’aumento delle interazioni economiche è stato un fatto inevitabile; e perciò la Repubblica Islamica ha chiuso tardi i voli dalla Cina. Infatti, secondo alcuni osservatori, il virus è stato portato a Qom da uno dei tanti viaggiatori cinesi per beneficiare della pratica del matrimonio temporaneo (nikāḥ movaqat).3In secondo luogo, il 21 febbraio sono state svolte le elezioni parlamentari: dopo mesi di proteste represse in maniera violenta, le autorità religiose del paese necessitavano di una prova di solidità e legittimità tramite una buona affluenza. Esperimento non riuscito dato che l’affluenza si è mantenuta attorno al 42%, ma ciò ha fatto perdere altro tempo prezioso per il contenimento del virus. In terzo luogo, la divisione (seppur non definita) delle istituzioni tra un apparato democratico ed uno religioso ha portato a resistenze per chiudere il primo focolaio di Qom, città sacra dell’Islam sciita, pullulante di seminari religiosi e studenti di teologia da ogni parte del mondo. In ultima analisi, alcune autorità politiche, tra cui il sindaco di Teheran, hanno ammesso che non possono imporre la quarantena nazionale perché non ci sono le risorse economiche per compensare le perdite che subirebbero i privati.

Le sanzioni e le misure intraprese

In tutto ciò Teheran ha colto l’occasione per pretendere la sospensione delle sanzioni al fine di far fronte a quella che potrebbe diventare una crisi umanitaria di proporzioni ingestibili. Mentre l’amministrazione americana insiste sul fatto che le sanzioni non impattano sulla capacità del governo di far fronte all’epidemia, la realtà è che, a causa dell’embargo petrolifero, il governo ha perso il 40% delle proprie entrate. Le sanzioni prevedono delle esenzioni per importazioni di tipo umanitario, ma in ogni caso la riluttanza di banche e aziende occidentali a rischiare le sanzioni è un freno notevole alla fluida prosecuzione degli scambi. Inoltre l’OFAC ha emesso delle licenze per permettere l’esportazione di alcuni beni umanitari, ma solo per un valore massimo di $500.000. La stessa definizione di beni umanitari che non necessitano speciale autorizzazione è molto limitata, tanto che strumenti fondamentali per la lotta al coronavirus, come ad esempio i ventilatori, necessitano di licenze speciali4. Dunque l’Iran ha dovuto fronteggiare una scarsità di medicinali sia perché il governo e gli ospedali non possono pagarli, sia perché varie condizioni dirette o indirette ne preclude l’accesso. Per sopperire alle scarse risorse Teheran ha chiesto all’FMI, per la prima volta da 50 anni, un prestito da 5 miliardi di dollari1

Le tensioni tra Iran e Stati Uniti all’ombra della pandemia

La cronologia delle schermaglie nel pieno della crisi sanitaria mondiale è indicativa del rischio di un dilemma della sicurezza alla base delle tensioni: l’11 marzo alcuni colpi di razzi sono stati sparati verso Camp Taji, a nord di Baghdad, uccidendo 2 soldati americani e una soldatessa britannica. In rappresaglia gli Stati Uniti hanno bombardato alcuni depositi di armi appartenenti alla milizia sciita Katai’b Hezbollah. Il 14 marzo le milizie tornano all’attacco su Camp Taji ferendo 3 soldati americani e 2 iracheni.5 La lettura degli eventi ci offre un’analisi che potrebbe prevedere sia una de-escalation che una escalation: per quanto riguarda la prima, questo scambio di razzi è avvenuto in modo simile lo scorso dicembre, ed ha portato all’uccisione del Comandante della Qods force Soleimani; questa volta nessun atto eclatante ha portato la situazione sull’orlo della guerra, il che potrebbe far credere a una minore disponibilità al rischio di conflitto anche a causa del virus. Inoltre attualmente gli Stati Uniti devono fare molta attenzione alla loro prossima mossa: se non reagissero le milizie potrebbero sentirsi più libere di attaccare obiettivi americani impunemente con l’obiettivo di cacciare le truppe straniere dall’Iraq; se optassero per un attacco limitato, questo provocherebbe solo ulteriori e logoranti limitati attacchi delle milizie locali, e la condanna da parte del sempre più debole governo iracheno; se scegliessero una rappresaglia massiccia rischierebbero un’escalation inarrestabile, di alienare ulteriormente la popolazione locale e indebolire la legittimità del governo iracheno. D’altra parte, nonostante gli appelli alla “tregua mondiale” e alla sospensione delle sanzioni, gli americani hanno optato per un rafforzamento delle sanzioni che hanno colpito l’industria petrolchimica e alcune società accusate di finanziare il terrorismo.1 Vari media hanno inoltre riportato un aspro dibattito interno all’amministrazione e agli apparati difensivi riguardo all’opportunità di colpire più duramente il rivale.6 Gli Stati Uniti non possono abbassare la guardia perché temono un consolidamento della rete iraniana in Iraq e perché l’impatto del coronavirus rientra nella strategia americana: ridurre l’economia iraniana ad uno stato tale che Teheran torni al tavolo negoziale da una posizione debolissima. Il rischio aumenterebbe esponenzialmente se a ciò si sommasse l’intenzione iraniana di sfruttare questo momento di debolezza (pandemia, volatilità finanziaria, crisi economica, elezioni ravvicinate) per tentare di espellere gli americani dall’Iraq. A tal proposito, l’Iran beneficia di un sistema che le permette di fronteggiare una situazione complessa come questa persino ai tempi del Covid-19. La strategia iraniana in Medio Oriente è basata sui proxies, ovvero clienti regionali che, seppur con grandi differenze a seconda dei casi, perseguono il rafforzamento dell’influenza iraniana nella regione. Ciò comporta 3 vantaggi fondamentali: 1.gli attacchi effettuati da proxies non possono essere attribuibili direttamente a Teheran; 2.una rappresaglia diretta contro l’Iran non sarebbe giustificata. 3. I costi di mantenimento dell’influenza regionale sono inferiori grazie al fatto che la lealtà a Teheran non è garantita solo dalla pecunia, ma soprattutto dalla lealtà ideologica o religiosa.

Conclusione

De-escalation o no, la strada verso una pace positiva è ancora lontana. L’effetto della pandemia potrebbe rivelarsi al più transitorio e strumentale, mentre la realtà dell’inevitabile e ciclica competizione tra potenze prende prepotentemente il sopravvento sulle speranze degli osservatori. Come Ben Friedman ha ben riassunto:” The Trump administration’s insistence on keeping sanctions in place on Iran as it battles coronavirus—and given sanctions’ obvious failure to date—suggests that cruelty isn’t a necessary byproduct of sanctions, it’s the point.”7

Bibliografia